AGENORE FABBRI
Dopo il trasferimento ad Albissola nel 1935 Fabbri entrò in contatto con Sassu, Martini e Fontana coi quali strinse subito un rapporto di stretta amicizia. Qui realizzò le ceramiche del primo dopoguerra e le sculture dei primi anni Cinquanta nelle quali ricorre il tema del cane, dell'animale che lotta con l'uomo. Nel 1948 venne invitato alla Biennale di Venezia dove continuò ad esporre assiduamente fino ai primi anni Sessanta, così come partecipò a varie edizioni della Quadriennale di Roma a partire dal 1952. Dal 1982 scoprì la pittura che diventerà preminente nel corso degli anni Ottanta.Formatosi alla pratica della ceramica ad Albisola, esordì con una scultura drammaticamente narrativa, dai forti caratteri espressionisti, in cui è avvertibile anche l'influenza della plastica popolare toscana (le donne, le madri, gli animali feriti e le risse, ceramiche e terracotte policrome, 1947-55).
Solo nel 1947 la sua forte individualità si definisce nel segno di un'esasperata drammaticità, di un furore rabbioso espresso dalla modellazione convulsa e dilacerata che desse alle sue terrecotte e quindi dei suoi bronzi.
Il sentimento tragico di lui non si limita alle immagini umane, alle sue donne atterrite dalla violenza degli eventi naturali (Uragano, 1950), oppure in attesa presaga di angoscia e di morte (Attesa, 1975), alle sue maschere urlanti e disperate (Personaggio, 1979), ma coinvolge anche ogni specie di esseri viventi, di belve, di lupi, di cani ringhiosi, di gatti feriti o inferociti con gli umani (Colloquio, 1972 e Figura con gatto, 1975) fino agli Insetti atomizzati, testimonianze crudeli e strazianti di un mondo sotto l'incubo delle deflagrazioni atomiche.
Solo nelle ultime opere sembra schiudersi alla speranza nel riconoscimento della dignità dell'uomo :"Io credo nell'uomo, è un animale razionale" affermò.